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27/01/2010
Un pappagallo emblematico: ovvero riduzione/chiusura in Termini

Le Festività, è noto, oltre ad essere, purtroppo, una esplosione, probabilmente anche censurabile, di consumi, costituiscono o, quantomeno, dovrebbero costituire occasione di meditazione, anche perché gli impegni lavorativi si diradano, molte persone lasciano le proprie abitazioni per raggiungere località montane e la città diventa più a misura d'uomo.
Proprio durante la "pausa" natalizia, mi capitò di entrare in un negozio per animali e di vedere un bellissimo pappagallo, di un bel verde acceso e con una voce che metteva in serio pericolo gli oggetti di vetro del negozio. Informatomi sul prezzo del pappagallo ne ebbi notizia e, soprattutto, fui informato della lunghezza della vita del volatile in questione, pari a 40/50 anni. Il che, anche avuto riguardo alla mia età, pose fine alla questione, anche con un poco di sollievo da parte mia, vista, o meglio, udita l'acutezza delle grida del pappagallo.
Ad ogni buon conto, tutto ciò ha un significato ed una morale: quando si assume la responsabilità di un essere vivente, ebbene non è possibile esimersi dal pensare al di lui futuro.
Questo principio mi induce, quindi, a formulare alcune riflessioni sulla nota vicenda di Termini Imerese.
Il dott. Marchionne, infatti, Amministratore Delegato della FIAT, in una intervista, rilasciata il 9 dicembre 2009, al Corriere della Sera, dopo aver annunciato un piano ambizioso, con investimenti pari a 8 miliardi di Euro e la creazione di 11 nuovi modelli di vettura, ha statuito che dal 2012 lo stabilimento di Termini Imerese avrebbe cessato la propria attività. In altre parole ... tutti a casa!
Soggiunge, inoltre, il Dott. Marchionne che "la Fiat non è un'azienda assistita dallo Stato".
Sovviene a chi scrive - e, comunque, i fatti sono sotto gli occhi del mondo intero - che la cassa integrazione, di fatto, è stata inventata ad uso e consumo della FIAT, allorquando occorreva porre a carico della collettività il costo dei salari delle maestranze.
Più prosaicamente, allorquando esistevano gli utili, erano utili di impresa, allorquando esistevano perdite, erano perdite ... sociali; una sorta di patto leonino, i cui profitti stanno solo da una parte e le perdite dall'altra.
Eppure, la Fiat - assume il Dott. Marchionne - non è una azienda assistita dallo Stato.
Lo stesso Dott. Marchionne, d'altro canto, parla di 8 miliardi di Euro di investimenti in piani ambiziosi che, tuttavia, non contemplano le maestranze Termini Imerese; piani ambiziosi che, comunque, non tengono in conto alcuno la sorte degli operai della Fiat di Termini e di tutti gli altri che, anche a livello di indotto, traggono dal lavoro il sostentamento per le famiglie.
Ora, non v'è dubbio, e sarebbe impensabile il contrario - che colui che intraprende tenda al profitto. Parimenti, non v'è dubbio - e la Carta Costituzionale è esempio vivo e vitale - che, come la proprietà, anche il profitto, soprattutto nel momento storico che viviamo, debba essere visto e letto in funzione sociale.
E, in totale verità, pensare di mettere in cassa integrazione (nella migliore delle ipotesi) le maestranze dello stabilimento di Termini Imerese, con le ulteriori penose conseguenze sull'indotto, non pare costituire un esempio di utile e utilità sociale.
Per converso, è innegabile che la FIAT (e, ancora più compiutamente, il Gruppo FIAT), la quale, in regime di monopolio nel territorio italiano, fabbrica (poco) e assembla (molto) veicoli (dalle autovetture agli autotreni, dai trattori agli aerei) per la maggior parte provenienti da stabilimenti allocati all'estero, non può non rammentarsi che le di lei dimensioni economiche ed industriali sono state rese possibili, anche e soprattutto, grazie alle braccia ed al sudore dei tanti emigranti meridionali (come le maestranze di Termini Imerese), che hanno dedicato alla Fabbrica le loro vite e, sovente, quelle dei loro figli.
Ciò, indubbiamente, è un fatto e nessun salario può compensare tale devozione al lavoro. E, del resto, di fronte a tale affezione per il lavoro, si poneva, un tempo, quello che potrebbe definirsi il "familismo di impresa": era un punto d'onore per l'imprenditore non licenziare in assoluto, ma, per certo, non licenziare quelle maestranze che avevano dato prova di serietà e di affidabilità.
Ma, oggi, il Dott, Marchionne si limita a liquidare il problema assumendo che "non possiamo permettercelo ...". Non si chiede, l'Amministratore Delegato della FIAT, se il Paese può permettersi, a vantaggio della stessa FIAT, un ulteriore periodo di cassa integrazione, i cui costi, come ovvio, faranno carico alla collettività? Non si chiede, l'Amministratore Delegato della FIAT, se gli operai, talvolta non più giovanissimi, possono permettersi di essere licenziati o "riconvertiti" o, nella migliore delle ipotesi, essere posti in cassa integrazione, con una sensibile riduzione del salario, peraltro modesto?
D'altro canto il Dott. Marchionne è persona troppo intelligente, esperta ed avveduta per credere veramente che la crisi che ha colpito (da molti anni) la FIAT - la quale, peraltro, seppur in crisi, ha acquistato una rilevantissima fetta di una nota fabbrica statunitese - sia da imputare al costo delle maestranze.
La verità è diversa - e l'Amministratore Delegato della FIAT ne ha piena contezza - e può, anzi deve essere ricercata nella mancanza di competitività - ad eccezione di un solo modello, la "500" - del prodotto torinese.
E di ciò vi è, per così dire, riscontro probatorio, di cui ognuno può prendere visione. Sarà, infatti, sufficiente porsi all'angolo di una qualsiasi strada e, fatta cento la quantità campione, osservare quanti, tra i veicoli che circolano, appartengono al Gruppo FIAT e quanti ai marchi esteri. Le risultanze assevereranno che gli italiani - che hanno molti difetti, ma non mancano di intelligenza - esaminati i modelli di auto, ritengono più convincente il rapporto qualità/prezzo delle auto estere.
Quindi, è evidente che il difetto è allocato in un altro ambito: quello dirigenziale.
Ora, chi scrive non ha esperienze imprenditoriali e, quindi ... uniquique suum.
Posta, dunque, la disponibilità della FIAT, espressa dal Dott. Marchionne, di mettere lo stabilimento a disposizione dello Stato, acciocché ne faccia ciò che ritiene opportuno, nulla osta al fatto in ordine al quale lo Stato stesso riceva dalla Casa automobilistica non solo l'edificio in questione, ma tutto quanto è necessario - dal know-how alle catene di montaggio dei veicoli - onde poter costruire vetture di qualità e di prezzo competitivo, valendosi di manager capaci, esperti e disposti a rendere conto e ragione del loro operato e di maestranze in linea con tali peculiarità.
D'altro canto, la vicenda dell'IRI - di cui faceva parte l'Alfa Romeo, pressoché donata dallo Stato alla Fiat - dimostra che lo Stato può, con profitto, partecipare - si tratterà di stabilire in quale misura - il capitale azionario delle imprese private, condotte, apicalmente, da imprenditori dotati di onesti intendimenti e ferma volontà di realizzare buoni prodotti, con adeguato profitto.
E poiché l'Azienda torinese non può più permettersi i costi dell'apparato industriale di Termini Imerese, la relativa indennità sarà commisurata a tale dichiarata risultanza; e poi, il "dono" di cui alla Alfa Romeo dovrà pur valere qualcosa!
A ciò si aggiunga l'ulteriore evidenza, secondo la quale non è possibile ritenere che non esistano nel Mezzogiorno d'Italia imprenditori onesti e capaci, che possano essere, anche in sinergia, interessati a tale progetto; ciò si tradurrebbe in un rilevante risparmio per la collettività, defatigata dalla ripetuta ed ingiustificata cassa integrazione e - cosa di primaria importanza - in una occasione di rilancio per il Meridione, del cui apporto l'Italia non può e non deve, per quanto appena detto e ricordato, fare a meno.
Il Presidente
(Ugo Pansolli)



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